La storia dimenticata dei boscaioli italiani in Georgia
La regione del Caucaso è conosciuta, oltre che per essere montuosa, anche per le sue fitte foreste che rivestono le scoscese pendici delle sue montagne. All’inizio del secolo scorso, proprio per la notevole estensione dell’area boschiva sfruttabile, le foreste del Caucaso divennero un’importante fonte del commercio di legname. Sorprendentemente però, i pionieri dell’industria del legname nel Caucaso non furono i russi, né tantomeno i georgiani, gli azeri o gli armeni, bensì gli italiani. In particolare due veneti: i fratelli Luigi e Attilio Sbrojavacca. Gli italiani, infatti, non solo crearono una promettente e colossale impresa forestale transnazionale, ma diedero lavoro a un migliaio di indigeni georgiani, contribuendo allo sviluppo di una regione del paese fino ad allora rimasta fuori dal progresso.
I fratelli Sbrojavacca erano provenienti da Padova e appartenevano a una nobile famiglia, esponente dell’emergente borghesia veneta. Fu proprio in virtù del loro spirito imprenditoriale che nel 1909 fondarono a Venezia una società chiamata letteralmente «Importazione legname del Caucaso L. A. Sbrojavacca, Polese & C.» con un capitale di 100.000 Lire. Successivamente in Georgia presero in locazione un’ampia proprietà forestale dai discendenti di una famiglia principesca georgiana, nei pressi del villaggio di Lentekhi, nelle montagne della regione di Svanezia. A questo riguardo sorge però spontanea una domanda: poiché questa parte della Georgia, proprio perché particolarmente impervia e inaccessibile, anziché attrarre investimenti tendeva piuttosto ad allontanarli, cosa spinse gli italiani a investirci grandi capitali?

La risposta sta nella lungimiranza dei fratelli Sbrojavacca di aver intuito la possibilità di organizzare la logistica del trasporto del legname in modo da rendere i costi estremamente bassi e competitivi sfruttando unicamente la geografia della zona. L’area forestale acquisita dagli italiani era attraversata da numerosi corsi d’acqua, tra cui il fiume Tskhenists’q’ali. Proprio questo fiume rendeva particolarmente facile ed economico il trasporto dei tronchi per fluitazione fino a valle, dove il legname veniva lavorato in una segheria a vapore situata nel villaggio di Sach’ilao (oggi Pirveli Maisi) e poi trasportato per via ferroviaria dalla città di Samtredia fino al porto di Poti, sul Mar Nero, da cui veniva esportato per nave verso l’Italia. Per tali ragioni, quest’industria del legname, sapientemente organizzata, registrò un successo immediato.
Dunque, l’impresa dei fratelli Sbrojavacca iniziò la sua attività nelle montagne georgiane nel 1911. Essa contava anche 50 operai italiani che dirigevano apposite squadre di boscaioli composte da indigeni georgiani, molti di etnia svan, impiegati nei lavori più faticosi. I viveri e gli attrezzi occorrenti agli operai erano invece trasportati a dorso di mulo sui sentieri montuosi. Il totale dei lavoratori georgiani impiegati nell’impresa italiana ammontava al suo apice, nel 1913, a poco oltre un migliaio, variando a seconda degli anni. Inoltre, sebbene i salari pretesi dai boscaioli georgiani fossero decisamente bassi, la domanda di lavoro si manteneva comunque alta e il prezzo finale per metro cubo di legname era quindi notevolmente inferiore rispetto all’Italia. Ciò garantì all’impresa degli Sbrojavacca profitti insperati.
Tuttavia, non tutto filò liscio come si potrebbe pensare. Il trasporto dei tronchi per fluitazione lungo il fiume causava ingenti danni ai villaggi a valle: spesso ostruiva i corsi d’acqua, distruggeva gli argini e, nel 1913, arrivò persino a provocare l’inondazione di un intero villaggio nel distretto di Khoni. A causa di ciò si levò un forte malcontento tra i georgiani, a tal punto che secondo un giornale locale, nel 1914, alcuni residenti presentarono un appello alle autorità zariste contro i «capitalisti italiani». Tuttavia, come affermato da un contadino del posto, si era restii ad agire proprio perché l’azienda italiana garantiva una stabile occupazione a molti villaggi dell’area sui quali non si ripercuotevano gli stessi problemi.
L’articolo afferma che nel 1913 i residenti del villaggio di Samikao, che si trova sulle rive del fiume Tskhenists’q’ali, presentarono un appello alle autorità zariste affinché costringessero gli italiani a trasportare le fascine dei tronchi di legna su delle zattere invece di gettarle direttamente e di iniziare il trasporto oltre un certo tratto del fiume, ma l’esito fu vano.

«capitalisti italiani», risalente all’estate del 1914.
La Prima guerra mondiale e il disordine seguito al periodo rivoluzionario ebbero conseguenze anche sull’impresa italiana, facendo aumentare i costi di trasporto via mare. Tuttavia, con l’indipendenza georgiana, nel 1920, all’epoca della spedizione in loco del senatore Ettore Conti, fu messo a punto da parte del governo Nitti un piano di investimento statale che contemplava un ulteriore sfruttamento delle aree boschive della Transcaucasia.
Dopo l’annessione sovietica della Georgia, l’impresa italiana continuò il suo funzionamento fino al 1923, quando venne espropriata dal regime bolscevico. L’impresa forestale entrò in seria crisi non solo per via del blocco commerciale imposto all’URSS ma anche perché la compagnia ferroviaria che gestiva il trasporto del legname fino al porto di Poti smise di operare per mancanza di fondi, immobilizzando di conseguenza anche gli Sbrojavacca. Alla fine del 1922 l’impresa risultava indebitata per non aver pagato gli arretrati agli operai. Registrava inoltre solo un centinaio di operai e un rappresentate italiano in zona, mentre i fratelli Sbrojavacca si trovavano a Venezia. Sulla base di un articolo del giornale russo «Заря Востока», nella primavera del 1923 la questione era in mano a un tribunale bolscevico di Tbilisi. Dato che l’impresa italiana era stata valutata per 200.000 rubli, si può solo immaginare come andò a finire la questione. Nell’estate dello stesso anno terminò l’ultima udienza sul caso degli Sbrojavacca, con una condanna a pagare un totale di 30.000 rubli, il triplo di quanto dovuto agli operai, oltre alla convalida della richiesta di esproprio della segheria. Ebbe così fine un fiorente capitolo di intraprendenza dello spirito imprenditoriale italiano nel Caucaso.
Esclusa la parentesi «sovietica», questa vicenda, sebbene oggi completamente relegata all’oblio del tempo, è un curioso esempio di incontro tra due realtà che, seppure distanti e diverse, giunsero a una sintesi di risultati concreti e paradossali: da un lato contribuirono al prestigio dell’Italia nella regione, dando vita alla più grande industria di legname della zona; dall’altro, però, tali esiti vanno considerati alla luce delle significative conseguenze ambientali, che costituiscono un aspetto rilevante e non trascurabile della vicenda.

A cura di Togo Datuadze
Bibliografia:
De Matteo Luigi, Alla ricerca di materie prime e nuovi mercati nella crisi postbellica. L’Italia e la Transcaucasia. 1919-1921, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, 1990, Napoli.
Merendi A., Attraverso i boschi del Transcaucaso, L’Alpe, 1920, Milano.
Merendi A., Il Transcaucaso, L’Agricoltura Coloniale, 1920, Firenze.















































