“Tutti pazzi per i vini georgiani”. È questo il leitmotiv fra gli esperti del settore. Già, perché le cantine georgiane, poche ma di entità ragguardevoli, puntano a essere qualcosa di più di una moda del momento: l’obiettivo è quello di poter affermare stabilmente la propria posizione nel panorama enologico internazionale, e di non rappresentare solo una meteora grazie all’ultima tendenza – ERMES TV vi propone il tratto dal libro di Francesco Trecci, che ha viaggiato in georgia tantissime volte e ha scritto sulla Georgia tre libri.
Tag: Il vino più antico
“Infatti la Georgia ha alle spalle una storia enologica millenaria e pertanto, grazie a un’operazione di modernizzazione della produzione, punta all’eccellenza e a un mercato di fascia medio- alta. Per conoscere il perché di questo crescente interesse nei confronti dei vini georgiani, confermato anche all’ultimo Merano Wine Festival, ecco quanto riferisce l’enologo Alessandro Bellotto della Giotto Consulting all’autorevole portale del settore www.acquabuona.it.
Giotto Consulting è attiva a livello mondiale con diversi progetti di consulenza, dall’India alla Romania, sino alla Georgia. Gli esperti della società veneta sono richiesti da molte realtà vitivinicole estere per il loro supporto tecnico che va dall’impianto del vigneto sino all’imbottigliamento. Proprio per questa attività, Alessandro Bellotto, circa cinque volte all’anno, si reca personalmente in Georgia.
Egli afferma che “il Kakheti è protetto dalle montagne, gli inverni sono freddi e le estati molto calde, come in una tipica situazione da clima continentale. Per esempio, nell’estate 2022 non è mai piovuto, nemmeno una volta, da giugno a settembre. Grazie agli impianti di irrigazione a goccia è stato comunque possibile portare a un corretto punto di maturazione le uve aziendali.”

La Georgia è considerata la culla del vino, la regione dove nacque migliaia di anni fa la produzione del dolce nettare. Qui, molte famiglie producevano – e producono – piccole quantità di vino fatto in casa per il consumo famigliare, ma la tecnica enologica è davvero unica: si tratta perlopiù di bianchi macerati in anfore di terracotta da circa venti ettolitri, chiamate kvevri, sepolte sotto il livello del terreno; all’esterno rimane solamente l’orlo dell’otre. I kvevri hanno origini antichissime: i primi pare risalgano addirittura al 6000 a.C. Anche per questo motivo il suddetto metodo di vinificazioneè stato insignito del riconoscimento dell’Unesco quale Patrimonio dell’Umanità. Sotto terra la temperatura è costante e questo favorisce una conservazione ottimale del vino. In tal modo si producono i cosiddetti orange wines, vini bianchi macerati che assumono una colorazione ambrata.
“In Georgia – prosegue Bellotto – si producevano dei vini rossi tradizionali molto zuccherini (40-50g/l), solitamente prodotti a partire da uve Saperavi. Questa tipologia era molto apprezzata dal palato dei consumatori russi e dei cittadini delle ex repubbliche sovietiche. Sicuramente, prima della caduta dell’Unione Sovietica, si è verificato un appiattimento della produzione vinicola. La mancanza di proprietà privata ha portato a micro-possedimenti di pochissimi ettari. Questi piccoli viticoltori erano troppo poveri per fondare delle cantine vere e proprie. Con la cadutadell’Unione Sovietica, la Georgia ha rivolto il proprio interesse verso nuovi mercati, oltre i confini sovietici, un’operazione di internazionalizzazione guidata ovviamente dalle cantine più grandi, che ha portato questo paese a produrre vini secchi di fascia medio-alta. Quest’ultimi sono apprezzabili anche dai palati più raffinati come quelli europei e americani, senza però perdere la loro impronta unica e senza necessità di emulare lo stile occidentale. Le cantine del Paese hanno iniziato a partecipare a fiere ed eventi internazionali, a cercare importatori, a far conoscere le proprie bottiglie, che non sono naturalmente solo gli orange wines. Le aziende più grandi hanno iniziato a curare il packaging in modo da renderlo conforme all’estetica europea. Questo ha agevolato la Georgia durante la crisi ucraino-russa, poiché le maggiori aziende locali si erano già sganciate dall’export russo, e qualora fossero stati ancora attivi alcuni canali di vendita si trattava comunque di volumi commerciali che producevano scarsi margini di fatturato.”
Il dottor Bellotto, poi, riassume efficacemente in 3 punti i motivi del crescente successo del vino georgiano: “Una tecnica antichissima di vinificazione in anfora, che sta catalizzando l’attenzione degli esperti di settore perché, a livello globale, si sta riscontrando un crescente interesse verso questi particolari vasi vinari; una varietà incredibile di uve autoctone (circa 500), anche se soltanto alcune decine vengono impiegate stabilmente per la produzione enologica; questi vitigni difficilmente sono paragonabili ad altre varietà internazionali; una tradizione enologica antichissima.’’.
I vitigni autoctoni e i vini di fascia medio-alta che si stanno affermando maggiormente in Europa e in Italia sono Saperavi, Rkatsiteli, Kisi, Mtsvane.
Francesco Trecci nasce a Firenze nel 1978, si laurea in Scienze Politiche nel 2003, dal 2002 lavora in una azienda di telecomunicazioni come responsabile commerciale. Nel 2010 si laurea in Storia Medievale. Abita vicino Firenze, è sposato con due figlie e da oltre venti anni ha una grandissima passione per la storia e la cultura georgiana, per questo motivo nel 2016 ha pubblicato “Storia della Georgia” e nel 2017 “Georgia, il paese che Dio voleva per sé”. Viaggia spesso in Georgia e parla correttamente georgiano.

Leggi anche: Khinkali: il piatto tipico georgiano – la ricetta
















































