Un capitolo relativamente breve e poco conosciuto della storia è quello che vide l’Italia proiettarsi verso il mar Nero nella crisi economica del Primo Dopoguerra, impegnandosi a intraprendere una seria espansione economica in Transcaucasia. In questa occasione tratteremo della spedizione italiana nella neonata Repubblica Democratica di Georgia nel febbraio del 1920, per definire l’avvio concreto di iniziative volte all’esportazione delle materie prime per il fabbisogno italiano.
Gli eventi succedutisi nella Russia zarista nel 1917 spinsero alla costituzione in Transcaucasia di tre Repubbliche separate, tra cui la Georgia, che, sotto la guida di un governo menscevico, proclamò l’indipendenza il 26 maggio del 1918, una ricorrenza storica celebrata tutt’oggi. La Georgia attirò subito l’attenzione degli interessi europei poiché tra le tre repubbliche transcaucasiche era l’unica a trovarsi in una situazione di relativa stabilità, oltre al fatto che non aveva né un orientamento bolscevico né turcofilo. La Georgia quindi iniziò sin da subito a instaurare relazioni politico-commerciali con i diversi paesi europei e in quest’ottica accolse favorevolmente le iniziative italiane.

L’espansione economica italiana verso la Transcaucasia era motivata principalmente dalla crisi economica postbellica che aveva investito l’Italia. Ciò spinse il governo italiano alla ricerca di nuovi mercati e di materie prime, e la Georgia, con le sue ricchezze naturali quali il manganese e il carbone oltre all’infrastruttura per l’esportazione del petrolio della regione, sembrava offrire una risposta adeguata. La questione era già sorta in seno alla Conferenza di Parigi, quando gli inglesi convinsero il Primo Ministro Vittorio Orlando riguardo a un protettorato italiano sulla Georgia. Perciò nel maggio del 1919 dall’Italia giunse a Batumi una spedizione composta da una ventina di diplomatici italiani, guidati dal colonnello Melchiade Gabba, con il compito di tastare il terreno in attesa dell’invio di truppe italiane che, a causa della caduta del gabinetto Orlando, non partirono mai. Il successore di Orlando, Francesco Nitti, annullò la spedizione militare, ponendo fine al velleitario piano di occupazione e mantenendo soltanto quello della penetrazione economica. Come ebbe a dichiarare lo stesso Nitti sull’importanza dell’iniziativa economica «quasi tutto il commercio italiano, e, in conseguenza, il prezzo dei noli e delle merci, sono stati per mezzo secolo regolati dai traffici del Mar Nero». L’invio di una spedizione nell’area volta a dare concreta attuazione al programma di Nitti era prevista per l’autunno del 1919 ma la protesta del generale russo Denikin, all’apice della vittoria nella guerra civile, convinse il governo italiano a rimandarla nella speranza che nel Caucaso ritornasse lo status quo ante guerra. Nel frattempo però furono i georgiani a fare il primo passo, con l’arrivo a Roma nell’ottobre 1919 di una legazione diplomatica guidata dall’ex Sottosegretario agli Esteri Konstantine Sabakhtarashvili, che venne ricevuto dallo stesso Nitti. L’esito della missione georgiana, oltre all’apertura di una rappresentanza del governo georgiano a Roma, fu la conclusione di un accordo per la fornitura alla Georgia di carta filigranata, necessaria per la stampa di valuta e dei buoni del tesoro, oltre ad altri accordi sulla fornitura di uniformi militari, di munizioni e di grano. In quei giorni in un’intervista al quotidiano Il Giornale d’Italia, Sabakhtarashvili aveva dichiarato « la nostra missione si propone […] di gettare le solide basi di cordiali rapporti e di una stretta collaborazione fra i due popoli. Queste basi naturalmente devono avere un carattere specialmente economico ».

Tra l’estate e l’autunno del 1919 furono costituite numerose società italiane per assumere partecipazioni ed operare nel Caucaso. Le prime a muoversi furono le compagnie di navigazione come il Lloyd Triestino, che nel maggio del 1919 istituì una linea settimanale Taranto-Batumi; analoga scelta fece poi la Adria, mentre sul piano commerciale i porti georgiani videro l’afflusso di navi mercantili della Transatlantica Italiana. L’iniziativa italiana in Georgia era però guidata dalle grandi banche, come la Banca Commerciale Italiana (Comit), il Banco di Roma e la Banca Italiana di Sconto. Da quest’ultima banca nacque la Banca Italo-Caucasica di Sconto che aperse in Georgia due filiali, una a Batumi e una a Tbilisi. Tale banca fu molto attiva e concluse anche accordi con la Società Georgiana di Trasporti per la fornitura di materiale dall’Italia, oltre a tentare l’acquisto dei giacimenti carboniferi di Tq’varcheli. A settembre vi giunse anche l’imprenditore Alberto Corsi per la costituzione di una Società Commerciale Italo-Georgiana. Un’importante gara d’appalto indetta dal governo georgiano fu invece vinta da Adolfo Ghella, che rifornì il paese di vestiario, prodotti chimici e liquori provenienti da fabbriche piemontesi.
I preparativi per la partenza della grande missione italiana, già rimandata una volta, si intensificarono all’indomani del riconoscimento italiano della Georgia, avvenuto all’inizio di gennaio 1920, quando il Ministro degli Esteri Vittorio Scialojia nominò il senatore Ettore Conti a capo della spedizione. Fu così che il 6 febbraio del 1920, a bordo del piroscafo «Solunto», insieme a Conti salparono da Taranto diretti verso il porto georgiano di Poti una trentina di industriali e funzionari italiani, accompagnati da venti tecnici e duecento carabinieri. È curioso che tra i giornalisti che dovevano prender parte alla spedizione ci fosse anche Benito Mussolini, come confermato dallo stesso sul «Popolo d’Italia», ma cambiò idea all’ultimo. L’altro giornalista che invece vi prese parte fu Pietro Nenni per «Il Secolo». Comunque, dopo il tumultuoso viaggio, agli italiani approdati in Georgia durante una bufera di neve, fu preparato il tradizionale supra, un grande banchetto georgiano, per farli riprendere. Il 18 febbraio i rappresentanti italiani vennero accolti dagli applausi al Parlamento georgiano, dove Ettore Conti presentò le credenziali al Presidente Noe Zhordania. Nella notte del 20 febbraio Conti fu destato nel suo albergo di Tbilisi da una fortissima scossa di terremoto. Quando apprese che la vicina cittadina di Gori era completamente rasa al suolo inviò in soccorso i camion italiani carichi dell’armamentario farmaceutico, insieme al medico della missione e ai duecento carabinieri per mantenere l’ordine. L’invio dei soccorsi italiani fu utilissimo tanto che nessuno era arrivato prima di loro.

Ad ogni modo, durante la sua permanenza Conti concluse con il governo georgiano accordi riguardanti la sistemazione ferroviaria e le forniture industriali. Gli spostamenti della missione italiana erano inoltre costantemente tenuti d’occhio anche dalla stampa georgiana. Gli italiani visitarono poi, seppure molto velocemente, anche le capitali azera e armena. Dopo aver terminato le trattative fecero in tempo a fare una scampagnata nella città di Mtskheta e sul monte Kazbek, finché il 16 marzo non ripartirono per l’Italia. Il giudizio di Ettore Conti, in base a ciò che scrisse sul suo taccuino, fu soddisfacente: «credo che la nostra fatica possa dirsi proficua […] appena arrivato in Italia consiglierò di mandare qualcuno, almeno in Georgia, che lo rappresenti e mantenga i collegamenti cogli industriali che avvieranno i rapporti di scambio fra i due paesi ».

Ritornato in Italia, il senatore Conti predispose per conto del governo Nitti i programmi di intervento italiano in Transcaucasia. Si trattava di un colossale piano di investimento di circa un miliardo di lire da erogare gradualmente. Mentre per quanto concerne la Georgia gli italiani erano intenzionati a potenziare il porto di Poti, di cui volevano il monopolio dati gli interessi inglesi a Batumi. Ad aprile del 1920, in una riunione tenuta a Milano dai rappresentanti della missione, e presenziata oltre che da Conti anche da importanti figure come Luigi della Torre e il famoso banchiere italo-polacco Josef Toeplitz, si decise la costituzione della Compagnia Italiana della Transcaucasia con un capitale iniziale di 50 milioni di lire. Parallelamente, nel maggio dello stesso anno, il governo georgiano concluse con la Ansaldo l’acquisto di dieci avanzatissimi aerei da combattimento SVA-10, per i quali giunsero in Georgia anche i relativi tecnici italiani. L’operazione dell’acquisto degli aeromobili fu resa possibile dalla filiale di Tbilisi della Banca Italo-Caucasica.
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Per avviarci alla conclusione, la missione italiana guidata dal senatore Conti è un avvenimento degno di nota nella breve storia della Prima Repubblica georgiana: le relazioni instaurate con il Regno d’Italia offrirono infatti un contributo significativo al processo di consolidamento del nuovo Stato georgiano. Lo stesso Conti ne parlava con fiducia. In un’intervista rilasciata a La Tribuna, al suo ritorno in Italia, dichiarò: «La partenza della nostra missione da Tiflis fu commovente. Tanto erano le simpatie che ci circondavano che fummo coperti di fiori e tutta Tiflis venne ad accompagnarci al treno».

A cura di Togo Datuadze
Bibliografia:
Conti Ettore, Dal taccuino di un borghese, capitolo nono (1920), Il Mulino, 1986.
De Matteo Luigi, Verso il Mar Nero nella crisi del primo dopoguerra. Programmi governativi, imprese e investimenti italiani in Transcaucasia, in Storia economica, Anno XII (2009).
Petracchi Giorgio, La Russia rivoluzionaria nella politica italiana 1917/25, Capitolo II: “La penetrazione economica nel Caucaso”, pp. 139-146.















































