Tra le affascinanti vicende che la storia ha ingiustamente consegnato all’oblio per cause di forza maggiore, questa svetta sicuramente in prima posizione. Una storia degna di uno scenario di finzione, talmente incredibile da sembrare irreale. L’Europa, negli anni del Primo dopoguerra, aveva subito cambiamenti epocali, tra cui il crollo dell’Impero russo e la nascita nel 1918, nel Caucaso meridionale, di un nuovo Stato: la Repubblica Democratica di Georgia, l’unica a guida menscevica. Una via al parlamentarismo che lo storico americano Stephen Jones ha definito «Socialismo nei colori georgiani», e che all’epoca l’intellettuale italiano, e futuro senatore a vita, Umberto Zanotti-Bianco definì «una vera democrazia».
L’Italia e la Georgia instaurarono subito delle floride relazioni diplomatiche, facilitate sia dall’interesse mostrato dall’imprenditoria italiana, sia dalla cultura europea della dirigenza georgiana, che annoverava politici del calibro di Niko Nikoladze, Irakli Tsereteli e Carlo Chkheidze.
Venendo dunque al punto, nell’agosto del 1920 ci fu a Roma un proficuo incontro tra il Ministro degli Esteri georgiano, Evgeni Gegechkori, il suo omologo Carlo Sforza e il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, che ebbe come effetto immediato la nomina a Tbilisi di un nuovo ambasciatore, il novarese Vittorio Cerruti.

All’inizio di gennaio del 1921, Cerruti presentò le credenziali al Presidente georgiano, Noe Zhordania, che il diplomatico italiano avrebbe ricordato come «uomo onesto e in buona fede». Zhordania era stato deputato alla Prima e alla Seconda Duma; perseguitato dalle autorità russe, aveva vissuto tra Londra, Parigi e Ginevra, e sorprendentemente anche in Italia. Non mancava di sostenitori nelle fila della socialdemocrazia europea, come il tedesco Karl Kautsky e il belga Camille Huysmans. Era, come si suole dire, un uomo di mondo. Fu eletto nel 1919, a una delle prime elezioni libere a suffragio universale del mondo. A tal riguardo non esagero se dico che al Parlamento georgiano sedevano cinque donne e i rappresentanti di tutte le etnie del paese, ma esprimo solo un dato di fatto. Cerruti a Tbilisi conobbe poi il Colonnello Alessandro Bodrero, con cui si trovò in perfetta armonia e che gli fece conoscere la città.


Ad ogni modo, il 27 gennaio l’indipendenza georgiana fu riconosciuta a livello internazionale anche da paesi d’oltreoceano, come il Giappone. In realtà, era già stata riconosciuta, in seno al Trattato di Mosca, anche dalla Russia bolscevica e dalla Turchia kemalista; tuttavia, nonostante tale riconoscimento, a metà febbraio del 1921 l’Armata Rossa, per volontà principalmente di Stalin, la invase e pose fine alla sua indipendenza. Parafrasando lo stesso Cerruti, a Mosca i bolscevichi decisero di gettare la maschera e di sopprimere le aspirazioni georgiane, violando il trattato che essi stessi avevano firmato.
Il 12 febbraio due torpediniere sovietiche bombardarono la costa georgiana, mentre dal confine armeno, azero e russo penetravano i soldati russi. L’esercito georgiano riuscì a tenere testa ai bolscevichi finché il 25 febbraio non cadde Tbilisi. Cerruti fu l’ultimo diplomatico straniero ad abbandonare la capitale insieme al gabinetto georgiano, quella stessa notte.
A Tbilisi sorse da subito un revkom, ossia un governo fantoccio instaurato dai russi e retto dal bolscevico Philip Makharadze. Il piano dei georgiani era però ben lungi dalla resa. Essi avevano in mente di ritirarsi a ovest e resistere a oltranza, malgrado questo tentativo venisse in seguito pregiudicato dalla parallela invasione turca. Alla fine, l’unica città in mano georgiana rimase la città costiera di Batumi, stretta tra l’incudine e il martello, tra i turchi e i russi.
Il governo di Zhordania scelse in extremis di sacrificarsi per salvare la città georgiana dall’annessione turca e combattere principalmente questi ultimi, mentre un distaccamento di cavalleria russo, a tradimento, penetrava in città con l’intento di catturare il governo georgiano. Così, nonostante gli aspri combattimenti, verso la seconda settimana di marzo Zhordania si trovò costretto, spinto dalle circostanze eccezionali, a evacuare il proprio governo e andare in esilio. Ma tale piano sembrava complicarsi dalla mancanza di navi in zona, dato che i francesi e gli inglesi si erano già defilati sull’enorme corazzata Ernest Renan.
L’unico a cui rivolgersi, per il Presidente georgiano, rimase dunque Cerruti, che aveva saputo dell’arrivo di una nave da carico italiana, rivelatasi poi troppo piccola per accogliere, anche alla rinfusa, sia la collettività italiana dell’area che i georgiani. In sintesi, mentre infuriavano i combattimenti l’Ambasciatore italiano organizzava l’imminente evacuazione. Nell’area si trovava poi anche un’antiquata cannoniera italiana della Regia Marina, l’Agordat, che Cerruti tentava di sostituire con un’altra nave da guerra per garantire la sicurezza almeno di una striscia di costa georgiana, rimanendo tuttavia inascoltato. Cerruti impartì poi l’ordine alla Direzione Generale della Marina Mercantile di ritardare la partenza delle navi da Batumi, ma anche questa volta non venne preso in considerazione. Ebbe tuttavia la fortuna di trovare appoggio dall’Ambasciatore a Costantinopoli, Camillo Garroni.

In ogni caso, provvidenzialmente giunse a Batumi la bella nave, Ferencz Jozsef Kiraly, della Compagnia fiumana dell’«Adria», che Cerruti occupò immediatamente con il pretesto di proteggere il corpo diplomatico, impedendole di salpare. Il 18 marzo iniziò l’imbarco, sotto la protezione della cannoniera Agordat. Le persone da evacuare erano circa duemila, ma le due navi italiane, la nave da carico e il Ferencz, riuscirono a imbarcarne circa cinquecento. Cerruti racconta che l’ultimo a imbarcarsi fu il Presidente Noe Zhordania, che portava con sé il quadro del figlio deceduto.
Quando però il Ferencz era in procinto di partire, nella notte del 18 marzo, sorsero inconvenienti al momento di sciogliere i cavi che lo tenevano alla banchina, mentre a pochi passi si sentivano spari di mitragliatrice. Per via di un equivoco, la nave partì mentre era ancora attraccata al molo, ma all’ultimo, per fortuna, qualcuno tagliò i cavi. Ad ogni modo, alle tre del 19 marzo le due navi, con già l’equipaggio a bordo, si allontanarono per sicurezza dal porto, in attesa di altre persone da imbarcare, mentre Cerruti stava sul ponte del Ferencz a osservare col binocolo la città di Batumi in fiamme, dove le truppe georgiane continuavano a scontrarsi con quelle russe e turche.
Al mattino del 19 marzo, Cerruti contattò Bodrero, che si trovava sull’Agordat, pregandolo di scendere a terra per mettere in salvo la famiglia del governatore generale di Batumi, un generale georgiano che conosceva personalmente e che, in preda alla disperazione, era rimasto bloccato a Costantinopoli. Bodrero compì con successo la missione e ritornò nei pressi del Ferencz, accompagnato da altri raminghi italiani.
In definitiva, le navi italiane lasciarono la baia di Batumi il pomeriggio del 19 marzo 1921, dirette verso Costantinopoli, dove Zhordania incontrò l’Ambasciatore francese e si accomiatò, ringraziandolo di cuore, da Cerruti, che poi sarebbe ritornato, dopo questa lunga epopea, a Roma.
Il governo georgiano poi si trasferì nei pressi di Parigi, a Leuville-sur-Orge, conducendo una vita tutt’altro che agiata nella Francia tra le due guerre mondiali. Invece Cerruti, giunto in Italia alla fine di marzo, fu intervistato dal Messaggero, dove raccontò la storia dell’evacuazione.
Dopo quindici anni, quando venne nominato Ambasciatore d’Italia in Francia, Cerruti avrebbe fatto visita agli esuli georgiani a Parigi. Finì la sua ricca carriera scontrandosi con Galeazzo Ciano, indi per cui fu destituito alcuni anni prima dell’entrata in guerra dell’Italia. Lasciò la politica e riprese l’attività bancaria del padre, conducendo una vita appartata nei pressi di Novara.
Bibliografia:
Cerruti, Vittorio. “Una missione nel Caucaso (I)” . La Nuova Antologia, vol. CDXXIV fasc. 1695, 1 novembre 1942;
Cerruti, Vittorio. “Una missione nel Caucaso (Fine)”. La Nuova Antologia, vol. CDXXIV, fasc. 1696, 16 novembre 1942;
Noe Zhordania, Chemi ts’arsuli [Il mio passato]. (Tbilisi: “Sarangi”, 1953).

A cura di Togo Datuadze
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